L’ultimo parmenideo

Emanuele Severino è stato uno dei filosofi italiani contemporanei più influenti nel dibattito filosofico.

Nato a Brescia nel 1929, alla mirabile carriera accademica ha sempre affiancato una speculazione filosofica costante e di altissimo livello. L’ultimo parmenideo, così spesso si fa riferimento a lui, che egli stesso riconosceva come uno dei suoi maestri. Un uomo che ha trascorso tutta la sua vita a ricercare di una «rotonda verità», come recitava appunto il suo maestro, elaborando un pensiero di una portata filosofico-ontologica enorme. Tutti i filosofi del XX secolo, chi più chi meno, hanno fatto i conti con l’esistenzialismo, con la riflessione sull’Essere, con Martin Heidegger: tutti hanno in qualche modo indagato il rapporto tra autenticità e inautenticità, tra la verità assoluta in contrasto con gli aspetti della vita quotidiana. E Severino si è distinto in questo per un pensiero eretico, radicale, etico nel senso più alto e puro del termine: la sua fame di verità l’ha portato a scontrarsi con la Chiesa, che negli anni Settanta l’ha costretto ad abbondare la Cattolica, a criticare i sistemi politici della nostra epoca, sempre oscillando tra nichilismo e ontologia.

 

Un pensatore che lascia un vuoto incolmabile nel dibattito filosofico contemporaneo.

“La storia dell’essenza del nichilismo (cioè della persuasione che l'ente è niente) incomincia con Parmenide che pure afferma l’eternità dell’Essere e quindi l’impossibilità che esso, divenendo, non sia, cioè sia niente. È con Parmenide che incomincia la separazione degli enti dall’Essere.” 

E.S.

 

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