Defixiones. Dimenticare Pompei: le avventure di Publio e Pitone nella recensione di Luciana Grillo su L'Adigetto

 

Chi si è laureato in Lettere Classiche, con una tesi in Epigrafia greca sulla magia, ha sicuramente molte frecce al suo arco e può cimentarsi nella stesura di romanzi ambientati nell'antica Roma.

Marinella Gagliardi Santi, dopo aver scritto, quasi per gioco, un simpatico volumetto sulla navigazione a vela (Non comprate quella barca), ha ripensato alla sua tesi di laurea, alla magia, a un mondo lontano nel tempo, ed ha pubblicato «Defixiones - Il mistero delle tavolette magiche».
L'interesse che ha accolto questo romanzo ed il successo inequivocabile che lo ha accompagnato hanno suggerito a Marinella di continuare sulla strada intrapresa: l'argomento, infatti, interessa sia gli studenti che gli adulti; incuriosisce chi ha studiato la storia romana, chi l'ha dimenticata o sottovalutata... e così, a distanza di qualche anno, è arrivato in libreria Defixiones – Dimenticare Pompei.
La Gagliardi sa manovrare i suoi personaggi e le sue storie con abilità e consapevolezza: dunque, c'è una punta di giallo che percorre le pagine, insieme ai protagonisti che si muovono tra Pompei e la Gallia, senza dimenticare né l'eruzione del Vesuvio, né Roma, il suo porto, Ostia e il suo fiume, il Tevere.
Per semplificare in qualche modo la comprensione dell'intreccio, l'autrice ha inserito nel volume sia la pianta generale di Ostia antica che l'elenco dei personaggi, alcuni creati dalla sua fervida fantasia, altri, invece, ben noti, come i poeti Giovenale e Marziale e lo studioso Plinio il Vecchio.

Si inizia la lettura incontrando due donne, Sibilla, in evidente stato di agitazione, e Mica che «vestita di una leggera tunica rosa pallido... tremava... all'idea di dover lasciare la sua famiglia...»; si comprende che l'allontanamento di Mica è dovuto ad un amore appena sbocciato e non gradito, si intrufolano due fratellini che litigano, si discute della malattia di Vespasiano e del tentativo di Pitone di raggiungerlo per curarlo.
La storia procede lungo il Tevere e sulle strade che portano a Roma, si incontrano pagani e cristiani («...a Sibilla e a suo figlio non era sfuggito che si trattava di un pesce, dunque quasi certamente dovevano essere cristiani...»), si entra nelle case, che sono anche luoghi di lavoro, come è per Sabina: «L'ingresso sembrava quello di una bottega ma entrando nel primo ambiente, dove c'erano dei telai per la filatura con una donna intenta al lavoro...», si è sfiorati da una «nave caudicaria (che) passò per un soffio rasentando la barca dei ragazzi», si sosta nelle taverne, talvolta per amore: «Ecco, la sua dea era sull'Acropoli... ovvero dietro il bancone del suo locale... Stava attingendo vino da un cratere in terracotta marrone chiaro con due manici, decorato con delle borchie a rilievo... Licinio non poté fare a meno di notare quanta grazia ci fosse in quel viso leggermente chino e concentrato... La ragazza era incantevole...»

Poi, l'azione si sposta ad Aquae Sextiae, in Gallia, dove si deve costruire un acquedotto «per la città, afflitta da penuria d'acqua» e dove si parla in modo diverso, «parole che erano una storpiatura del latino».
Al racconto si mescolano eventi reali, non solo l'eruzione del Vesuvio («Pompei non c'è più, Pompei non c'è più, Pompei non c'è più... Ercolano non c'è più, Stabia non c'è più... e tutto intorno per miglia e miglia è rovina e morte... Un mostro distruttore quella nube nera, bianca e di fuoco... Un vento rovente e infuocato... Bruciati e sepolti vivi senza scampo uomini, animali...»), ma – ad esempio – la morte di Plinio «soffocato sulla spiaggia di Stabia dopo essersi adoperato per rincuorare e rassicurare i suoi amici!».
Ancora eventi, ricerche, navi da inseguire, prima della conclusione che si colora, serenamente, di «bianco come la luna... r osso come il fuoco!».

Veramente abile, l'autrice, nel tessere una trama complessa senza mai perdere il filo, guidando noi lettori in un percorso tanto misterioso quanto affascinante, dove, infine, passato e presente sembrano fondersi in «una deliziosa, tenera fossetta sulla guancia, accarezzata da una lunga treccia bionda...»

 

Recensione a cura di Luciana Grillo su L'Adigetto