La libertà è un colpo di tacco

Brasile, 1982. Sullo sfondo il trionfo del Corinthians di San Paolo, la squadra di futebol con cui Socrates in quell'anno vinse il campionato paulista, dando una spallata al regime militare al seguito della sua bizzarra “Democracia Corinthiana”. Raccontato con gli occhi di un ragazzo innamorato del calcio e del giornalismo, la storia dei personaggi ci aiuta a raccontare un pezzo di storia recente del Brasile: un papà che sparisce misteriosamente la notte del millesimo gol di Pelè, un vecchio saggio che si lascia andare alla sua saudade per i tanti campioni del glorioso passato verdeoro. Poi, un ragazzo che si guadagna da vivere facendo il gigolò nella San Paolo bene. Ognuno di loro porterà più o meno consapevolmente il suo contributo alla libertà, che arriva leggera ed elegante, come una canzone di Vinicius de Moraes o una ballata di Caetano Veloso.

In occasione della prossima uscita de «La libertà è un colpo di tacco», abbiamo intervistato l'autore Riccardo Lorenzetti. 



Quali sono i protagonisti di «La liberta è un colpo di tacco»?

Verrebbe da dire che i protagonisti sono i calciatori del glorioso Corinthians di San Paolo, una delle squadre di calcio più popolari del Brasile. Il Corinthians del 1982, quello di Socrates, che in quell’anno vinse un fantastico campionato con la celebre “democracia” all’interno dello spogliatoio. Una forma inedita e rivoluzionaria di autogestione, sbattuta in faccia ad un paese ancora controllato dalla dittatura militare. Talmente originale da trovare posto nei libri di storia.

Ma in realtà i veri protagonisti sono i ragazzi che compongono la variegata redazione  del “Cardellino”, uno scalcinato giornaletto che di quella “democrazia corinthiana” finirà per essere il megafono più efficace. La loro storia si intreccerà a doppio filo con i campioni di quella squadra epocale, in un anno memorabile del “futebol paulista”. E alla fine la vittoria di Socrates e dei suoi compagni sarà un piccolo trionfo anche per quegli strani giornalisti. E farà capire come ognuno di loro sia stato prezioso, e abbia contribuito alla vittoria di una battaglia che sembrava impossibile.

Quando hai sentito parlare per la prima volta di Socrates?

Socrates Brasileiro, “O Doutor”, è una figura leggendaria nel calcio. Capitano del Corinthians, del favoloso Brasile del 1982 nonché uno dei campioni più virtuosi per quella sua specialità che era il colpo di tacco.
Socrates, che in Brasile era un semidio, arrivò nell’84 alla Fiorentina. La sua battaglia con la “democrazia corinthiana” era giunta al termine, e lui sembrava pronto per un palcoscenico importante quale era all’epoca la nostra serie A invece fallì; e di quel fuoriclasse capace di incendiare gli stadi brasiliani, il pubblico italiano non vide che un pallidissimo riflesso. La sua storia di calciatore, di uomo e di protagonista mi ha sempre incuriosito perché Socrates, forse, ha saputo interpretare meglio di tutti il concetto di campione al di fuori del campo. Quello che mette il talento al servizio non solo di se stesso e del proprio conto in banca, ma anche e soprattutto di un’idea. E in quel caso del popolo,  che di quell’idea doveva trarne beneficio. In questo senso, “o Doutor” è un personaggio irripetibile. 

Un giocatore lontano dagli stereotipi del calcio, con un forte carisma. Cosa lo ha reso così popolare, secondo te? 

Bisogna fare una premessa. E bisogna ritornare a quando il campione, in questo caso il calciatore,  non era solo un “professionista”, ma andava oltre quel concetto. Il “campione” non stava lì solo a tirare calci ad un pallone, ma rappresentava qualcosa: un club, uno stile, un modo di essere, a volte forniva addirittura un modello di comportamento. E gli sportivi lo ammiravano soprattutto per quello, perché intravedevano in lui un profondo rispetto per una maglia, per la tradizione che in quella maglia era custodita, per il pubblico che lo andava a vedere ed applaudire.

Socrates ha estremizzato il concetto, portandolo ad un livello estremo, ma questi erano i campioni fino a quando il calcio ha potuto permettersi certe figure. Ed erano campioni per i quali la parola “professionista” veniva molto dopo. Anzi, spesso “professionisti” nel senso stretto del termine non lo erano affatto.

D’altronde un “professionista” lo identifico con  un meccanico, un notaio, un commercialista… Gente che arriva con una valigetta, offre freddamente un servizio e per questo viene pagata.

Gente come Socrates capiva che il football era proprio un’altra roba. Era roba di pancia, che aveva a che fare con la passione e il sentimento della gente… Il calcio era un veicolo straordinario per arrivare soprattutto al cuore delle persone. E qui sta la chiave della loro popolarità.

Come nasce l'idea di un romanzo ispirato a quel contesto, e non (ad esempio) un saggio?

Perché le atmosfere del calcio, soprattutto di un certo calcio, offrono spunti talmente ricchi e poetici che a ridurli ad una biografia, o ad una specie di almanacco, si rischia di banalizzarli.

In questo senso, per esempio, l’America Latina è una miniera d’oro: dalla “mano de Dios” di Maradona, alle “gloriose derrote” del Messico, per non parlare di personaggi come Garrincha, Pelè, o dei grandi capitani come il peruviano Chumpitaz, o l’uruguagio Varela.   

Con il “colpo di tacco” ho scelto di scrivere una piccola favola sudamericana.

Perché, alla fine, quella mi sembrava la dimensione giusta. Raccontare una storia di calcio e di campioni, dove il calcio e i campioni sono il motore della storia, ma rimangono sullo sfondo.

Le loro gesta li rendono protagonisti, ma diventano veramente importanti solo nel momento che sanno regalare un’emozione alla gente, ai propri tifosi. E più è forte l’emozione che suscita, più l’impresa merita di essere raccontata. E magari un po’ esagerata, come nelle migliori tradizioni latinoamericane.

Di Socrates e di quell'esperienza si parla ancora molto oggi in Brasile. A cosa pensi sia dovuto questo legame così forte tra il calciatore e il suo paese? 

Il Brasile è un paese che vive il “futebol” in maniera abbastanza originale. Lo ha sempre fatto. Nonostante la modernità e la crescita economica lo abbia trasformato profondamente ,e le manifestazioni di piazza di Rio e di San Paolo ne sono una testimonianza evidente, si ha la sensazione di una specie di “porto franco” dove il popolo riesce ancora a convogliare una passione, un’energia, un trasporto che da altre parti ha perso molto della sua genuinità.

In una nazione come quella, dove il culto del grande campione ha ancora un senso, dove una sconfitta o una vittoria hanno un’importanza epocale (basti pensare al “Maracanazo” del 1950) , dove le squadre di Club rappresentano qualcosa di molto profondo che va oltre la semplice appartenenza ad una città… Beh, in un paese come il Brasile, uno come Socrates non può morire. Il suo modo di essere, il suo messaggio lo pongono su una dimensione che per i Brasiliani rimane irresistibile. Anche se Socrates  appartiene al calcio di trent’anni fa. Un calcio che, se si guarda con gli occhi di noi Europei, è quasi preistoria.

Alla luce della recente debacle della nazionale brasiliana, quali sono le differenze che ti saltano agli occhi tra quella nazionale e quella di oggi?

E’ il “professionismo” che ha ormai modificato il calcio nella sua essenza. E anche la Nazionale Brasiliana, che tutti consideriamo la Nazionale più “artistica”, ha finito per adeguarsi a questo modo molto “europeo” di concepire il calcio. Tutte le squadre sudamericane del Mondiale hanno offerto uno spettacolo molto “professionistico”, in linea con quelli che sono i loro campioni più celebrati. Non solo il Brasile, ma anche la stessa Argentina, la Colombia, il Cile, sono apparse squadre molto organizzate, molto ben messe tatticamente, molto lontane da quel gioco abbastanza naif e istintivo che ne determinava il fascino.

Il Brasile di Socrates perse con l’Italia il Mondiale dell’82 perché dopo aver ottenuto il pareggio che le sarebbe bastato, non si accontentò. Volle vincere quella partita, in spregio ad ogni logica tattica. E non accontentandosi della mediocrità di un pareggio, finì per perderla.

Era una nazionale figlia diretta di quella del 70, che aveva cinque attaccanti formidabili, e li faceva giocare tutti insieme. Era una nazionale che, non trovando posto a Leo Junior, lo piazzò nel ruolo di terzino sinistro, pur di non rinunciarvi

Oggi, non sarebbe successo.

Pensi che Socrates abbia qualche erede nel calcio di oggi?

Il primo nome, ma anche il più banale, è senz’altro Diego Armando Maradona. Per quella sua capacità di interpretare i sentimenti di un popolo. Di diventarne un simbolo, di interpretarne, nel bene e nel male, i suoi istinti, le sue aspirazioni, i suoi desideri.

Oppure dovremmo cercare tra quei calciatori che rappresentano qualcosa per la propria squadra e soprattutto per i propri tifosi. Qualcosa che vada oltre il “professionista”. Con campioni come Totti, o Del Piero, pur essendo ovviamente lontani anniluce da uno come Socrates, potremmo trovarci un punto di contatto. Un altro potrebbe essere Puyol del Barcellona, che adesso non gioca più. O Tony Adams, con il quale si sono immedesimati per tanti anni i tifosi dell’Arsenal.

Ma dovremmo cercare soprattutto tra quelli che hanno lasciato un’impronta non banale soprattutto al di fuori del mondo del calcio. Coinvolti in dinamiche che con il football non avevano niente a che vedere.

A me piaceva Eric Cantona. Uno che aveva classe, sregolatezza e tante cose da dire. Che quando ha lasciato il calcio, si è dedicato al teatro e al cinema, concorrendo addirittura per un Oscar. E adesso, dicono, cura mostre fotografiche e gallerie d’arte di alto livello.

Ecco, con un tipo così, Socrates si sarebbe trovato a meraviglia.

Ascolta l'intervista a Riccardo Lorenzetti a cura di Gianluca Polverari, andata in onda su Radio Città Aperta lo scorso 25 luglio.

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Riccardo Lorenzetti (toscano di Petroio, in provincia di Siena) ha una ventennale esperienza tra radio, carta stampata e televisione, dove ha lavorato come autore occupandosi soprattutto di calcio e sport in generale, ma anche spettacolo e cultura, cronaca nera e rosa, politica. Dal suo libro d’esordio L’anno che si vide il Mondiale al maxischermo (2013) è stato tratto uno spettacolo teatrale che ha registrato il tutto esaurito nei teatri toscani.