• Home
  • News
  • Blog
  • Diversamente italiani: intervista a Silvia Olivetti

Diversamente italiani: intervista a Silvia Olivetti

Un’inchiesta sorprendente sull’Islam italiano. Una raccolta di interviste, testimonianze ed esperienze dirette dei «convertiti». Silvia Layla Olivetti, attivista e operatrice multiculturale, ha scritto un libro che affronta lo scottante tema: perché qualcuno decide di convertirsi all’Islam?

cover div italiani

Culturalmente, l’Islam è spesso associato dall’Occidente a concetti come oppressione, rigidità e violenza ed è considerata una religione che opera una sistematica soppressione della dignità delle donne.

A volte sembra mancare informazione, ma soprattutto la predisposizione ad un sereno confronto culturale. Conoscere è fondamentale per poter giudicare, perché è proprio qui in Italia che la Olivetti subisce da tempo una forte violenza psicologica a causa delle minacce di morte ricevute per il suo impegno a difesa dei diritti dei musulmani.

Stampa e letteratura danno spesso voce all’Islam arabo, violento, terrorista, uxoricida e patricida. I musulmani italiani sono invece costantemente ridotti al silenzio e all’invisibilità, nonostante costituiscano ormai una realtà che conta circa un milione di persone. 

Per saperne di più abbiamo intervistato Silvia Layla Olivetti, autrice del libro-inchiesta «Diversamente italiani», in questi giorni in libreria per Armando Curcio Editore.

Come hai maturato la decisione di convertirti all’Islam? Quanti anni avevi?

Fin da bambina, pur senza conoscerne la ragione,  sentivo un’attrazione irresistibile verso il mondo arabo e l’Islam. Nel 1990, durante la prima Guerra del Golfo il mio interesse aumentò e cominciai a cercare libri sull’Islam, a parlare con i musulmani per conoscere meglio questa religione. L’11 settembre 2001, però, è stato il momento decisivo: la campagna mediatica anti islamica e la propaganda americana hanno paradossalmente ottenuto l’effetto di diffondere l’Islam a livello planetario in modo inaspettato. Come me, milioni di persone nel mondo, spinte dalla curiosità, si sono affacciate all’Islam e moltissimi si sono convertiti, scoprendo una religione di pace e giustizia ben lontana da quella  mostrata in tv. Si può dire che l’amministrazione Bush, con la sua crociata, abbia fatto un enorme favore all’Islam, portandolo dove da solo forse non sarebbe mai arrivato. Dal 2001, infatti, l’Islam è la religione con il più elevato tasso di crescita e quest’anno, avendo toccato i due miliardi di fedeli, è diventata anche la prima religione al mondo. Io sono semplicemente un minuscolo frammento di questo mosaico in continua crescita.

Cosa pensi dell’uso del velo previsto dalla religione islamica per le donne?

In quanto figlia di una femminista sessantottina ritengo che la libertà di esprimere e vivere la propria identità siano intoccabili. Valeva ieri per la minigonna e vale oggi per il velo islamico. Non è violenza solamente imporre il velo a una donna che non lo vuole mettere: è violenza anche negarle la  possibilità di indossarlo, se lo desidera. La violenza sociale opprime la donna tanto quanto la violenza che si consuma tra le mura domestiche.

Il vero simbolo della sottomissione, dell'oppressione e della mercificazione femminile non è il velo islamico: è la barbie col sorriso ebete stampato sulla faccia di plastica, da vestire e denudare a piacimento; è la miniatura del folletto aspirapolvere, della lavatrice, del ferro da stiro e perfino del carrello delle pulizie con cui facciamo giocare le nostre bambine senza renderci conto di inculcare loro fin dalla tenera età che quello - e solo quello - è il loro ruolo. Disobbedire alla subordinazione non è togliere il velo o spogliarsi degli abiti. La vera disobbedienza sta nel sottrarsi all'obbligo della nudità, all'imposizione mediatica dell'ignoranza femminile e della riduzione della donna a un corpo di plastica con cui giocare o al massimo usare in casa come un elettrodomestico.

Non esiste strumento più efficace del velo islamico per negare al maschilismo occidentale il potere di svilire l'immagine della donna, di usarla come un oggetto e di relegarla nel magazzino delle scope dopo l'uso. Per questo in occidente il velo islamico fa paura. Si dice sempre che il velo sia un simbolo dell’oppressione femminile islamica, ma il vero fardello quotidiano pesante da portare, insopportabile e umiliante per la donna musulmana in occidente, non è il velo: è la discriminazione (sociale, lavorativa e a volte familiare). E' da questa che dobbiamo liberare la donna musulmana, non dall' identità religiosa.

Qual è l'obiettivo che ti sei posta iniziando a scrivere questo libro?

Vorrei contribuire alla diffusione di un’immagine maggiormente equa dell’Islam e dei musulmani. Vorrei restituire la dignità che merita a questa meravigliosa religione,  troppo spesso ingiustamente ridotta a sinonimo di terrorismo internazionale. Sono convinta che il compito di rivalutare l’Islam, in Italia, spetti ai musulmani italiani, ai cosiddetti convertiti, che ben conoscono gioie e dolori di questo paese, criticità sociali e punti di forza e che quindi, meglio di chiunque altro, sanno come rapportarsi al resto della società. Ritengo sia giunta l’ora per i musulmani italiani di fare outing, di farsi conoscere e di reclamare il giusto spazio nella società e nella comunità islamica. Noi convertiti dobbiamo necessariamente smettere di essere delle note a piè di pagina nel panorama italiano e pretendere di diventare a pieno titolo gli interlocutori principali del nostro credo. I tuttologi dell’Islam fai da te, i politici autoproclamatisi esperti in scienze islamiche da salotto televisivo e i fasulli ex musulmani affetti da delirio eurabico in fase terminale, hanno già parlato abbastanza e male in nostro nome. Adesso tocca a noi essere protagonisti e testimoni dell’Islam.

Pensi che in Italia ci sia una cattiva informazione per quel che riguarda la religione islamica? 

Esistono due forme di terrorismo, entrambe letali: il terrorismo che esplode al mercato uccidendo esseri umani e il terrorismo sociale, che esplode nella quotidianità uccidendo i diritti civili. L'emarginazione lavorativa delle donne velate e la stigmatizzazione dei musulmani in generale ne sono un tipico esempio. Credo che i media abbiano una grossa parte di responsabilità nella presentazione di un’immagine negativa dell’Islam presso l’opinione pubblica. Tv e giornali insistono nell’associare la barba a Bin Laden e il velo al burqa afghano. Eppure, la barba non spara, non esplode e non dirotta gli aerei. Il velo non è un' arma di distruzione di massa. Dobbiamo imparare a chiedere maggiore rispetto per la nostra identità religiosa ai mezzi di informazione. Dobbiamo però anche imparare a prendere le giuste distanze senza tentennamenti da coloro che agiscono nel nome dell’Islam strumentalizzandolo per scopi politici o economici, o spacciando un becero crimine contro l’umanità per precetto religioso. La cattiva informazione uccide l’Islam tanto quanto i terroristi o i musulfinti che per piaggeria presentano agli italiani un Islam falsato con regole ad personam.


Rassegna stampa

Irib (sito italiano della tv e radio iraniana)
http://italian.irib.ir/radioislam/notizie/item/88781

Uno sguardo al femminile
http://www.unosguardoalfemminile.it/wordpress/donne-e-societa/musulmani-ditalia

Yalla Italia
http://www.yallaitalia.it/2014/01/diversamente-italiani-il-libro-inchiesta-sui-convertiti-allislam-di-silvia-layla-olivetti/

Linkiesta
http://www.linkiesta.it/blogs/amore-senza-confini/diversamente-italiani-il-libro-inchiesta-sui-convertiti-all-islam-di

________________________________________________________________

Silvia Layla Olivetti, italiana di Venezia, si converte all’Islam molto giovane. Scrittrice, giornalista e operatrice multiculturale, ha all’attivo diverse raccolte di poesie e racconti, con le quali ha vinto diversi premi letterari. Nel 2011, dopo un’intensa attività sociale grazie alla quale ha partecipato a manifestazioni e sit in di piazza, ha fondato il “Movimento per la tutela dei diritti dei musulmani”. Come opinionista, ha partecipando a svariati programmi tv anche in Rai, e ha rilasciato interviste da esponente femminile dell’Islam italiano. Per oltre due anni, per il suo impegno in difesa dei diritti dei musulmani, ha ricevuto pesanti minacce di morte e la sua incolumità è tuttora a rischio.