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Fai sbocciare un fiore nella notte - Intervista a Raffaele Cortellessa

Una spy story sconvolgente e attuale, approfondita e ricostruita alla perfezione, che getta nuova luce sulle cause della Guerra fredda e la caduta del muro di Berlino. L'intervista a Pietro Brambati, autore del romanzo.

cover cortellessa defCharles, ex professore di liceo e pittore, dopo essersi macchiato di una grave colpa, si relega ai margini della società adattandosi a vivere in diversi rifugi e sulla spiaggia di Coroglio, a Napoli, vestendo i panni del barbone Monsieur Doulen.
Un velo di mistero avvolge quest’uomo di strada, ma si dipanerà lentamente ponendo attenzione alle sue continue introspezioni, valutando i suoi sogni deliranti e ascoltando il suo alter ego, il giudice imparziale che alla fine cercherà di governare la sua anima.
Fai sbocciare un fiore nella notte è una delle tante scritte che si leggono sui muri della città, ma per Monsieur Doulen, divorato dai rimorsi e dalla solitudine, quella metafora riaccende la speranza nel suo desiderio più grande: è il suo sogno segreto, l’unica chiave di volta che potrebbe permettergli di rialzarsi e di ricominciare a vivere.
Una notte viene picchiato brutalmente da due delinquenti; quando si sveglia si ritrova in ospedale, malconcio e in parte paralizzato. La sola persona che va a trovarlo è un suo amico clochard, l’avvocato. È a lui che Monsieur Doulen, conscio di camminare su un filo, affiderà il suo sogno.
Il romanzo è il viaggio di un naufrago alla ricerca di se stesso e degli affetti perduti, insieme a tutto un mondo di emarginati che si fanno trascinare dalle correnti.

Cosa significa per lei Fai sbocciare un fiore nella notte?
È una metafora, un messaggio di speranza per chi, come Charles, il protagonista del mio romanzo, ha perso tutto ciò che aveva, persino i sogni. Un bocciolo che si apre nella notte, nella bellezza dei suoi colori, rappresenta la possibilità che anche i sogni impossibili si possono avverare. Quel fiore è uno spiraglio di luce; trasmette tutta la sua energia vitale e vince su ogni squallore e su ogni paura. Ci infonde coraggio. Ma questa frase, nel romanzo, rappresenta anche una delle tante scritte che leggiamo ogni giorno sui muri. Prima della stesura del mio lavoro le consideravo un oltraggio alla civiltà, all’ordine, alla pulizia. Un imbrattare senza senso. Mentre scrivevo ho capito che queste scritte possono essere un tentativo di comunicare da parte degli «invisibili», che non hanno più né voce né ascolto. Se fossi stato un barbone, mi avrebbero fatto compagnia.

Da dove è arrivata l’ispirazione per questo romanzo? C’è qualcuno o qualcosa che le è stato d’aiuto?
L’ispirazione è venuta dai clochard che, in varie occasioni, ho avvicinato perché ero incuriosito e affascinato dal loro mondo. Per il protagonista, Charles, mi sono ispirato a un pittore francese, Charles Moulin, amico di Henri Matisse, che dal 1911 in Italia, nel Molise, visse da eremita sul Monte Marrone, in volontario isolamento artistico.

Quale obiettivo vuole raggiungere con questo libro, cosa vuole comunicare?
Spero che si possa comprendere, come è successo a me, questa umanità che vive alla giornata, sotto le stelle, libera, spesso rifugiata nell’alcol, ma soprattutto sofferente di solitudine, più che di fame e di freddo. È il primo passo per iniziare a rompere quel muro che sembra separarci. Perché è importante guardare questi clochard negli occhi, dialogare con loro. Solo così non si sentiranno più esclusi, invisibili. In fondo sono come bambini, hanno bisogno di carezze.

Se c’è, può parlare di un aneddoto legato alla stesura o all’idea del romanzo?
Un giorno ho conosciuto un clochard che da qualche giorno era ospite della Caritas, dove gli hanno assegnato un armadietto. Un addetto, quando ha visto che c’era solo un asciugamano, gli ha chiesto sorpreso: «Scusa, ma dove hai messo la tua roba?». E lui: «Quale roba? Io c’ho solo st’asciugamano!». Allora ho pensato alla mia casa, ai miei armadi stracolmi di vestiti e mi sono vergognato. Circa dieci anni fa, a Genova, in un giardinetto con mia moglie, ho avvicinato una barbona che occupava una panchina con alcune buste di plastica rigonfie di roba. Dopo aver vinto la sua diffidenza sono riuscito a parlarle. Ci ha raccontato di aver vissuto in Sardegna, dove aveva insegnato; a una sua affermazione sull’esistenza della lingua sarda, ebbi delle perplessità. Allora lei, stizzita, chiese a mia moglie, con voce alterata: «Il signore ce l’ha una laurea? Ha studiato filologia romanza?». Lei, invece, la barbona, aveva superato brillantemente anche quell’esame. Rimasi perplesso, conoscevo poco queste persone; mi sentivo su un piano superiore. Non avrei mai immaginato che un clochard mi mettesse in imbarazzo a livello culturale. A questa donna ho dedicato un capitolo del mio romanzo.

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Raffaele Cortellessa, medico, naturalista e scrittore, collabora da anni con riviste nazionali pubblicando articoli e racconti. E' vicepresidente dell'associazione italiana Wilderness, attiva nella protezione di aree naturali nazionali.